Arteterapia e psichiatria rivelarti

Con il termine Arteterapia si indicano un insieme di tecniche e di trattamenti terapeutici che utilizzano le arti visive (e, con un significato più ampio, anche il teatro, la musica e la danza) per promuovere la salute (o favorire la guarigione) dell’individuo nella sfera emotiva, affettiva e relazionale.

L’Arteterapia è adatta a tutti i tipi di utenza ed età, in quanto si struttura, in base alle capacità esistenti, a seconda degli obiettivi scelti.

L’Arteterapia si basa sul fatto che molte esperienze, soprattutto di carattere traumatico, sono codificate nella mente sotto forma di immagini (pensieri visivi) spesso non accessibili tramite il linguaggio verbale. Rappresentare i pensieri visivi sotto forma di immagini esterne visibili e condivisibili stimola l’utente alla comprensione e alla condivisione degli stessi. Inoltre, l’elaborazione delle opere prodotte, riflesso di vissuti personali, incoraggia indirettamente l’uso di modalità creative per la gestione delle proprie emozioni.

Già nell’antica cultura greca era diffusa l’idea che l’arte rappresentasse un naturale compendio alla medicina nell’alleviare le sofferenze umane. Non a caso nella Grecia antica si collocavano i teatri in prossimità dei templi dedicati ad Asclepio (dio greco della medicina) il cui santuario era dedicato alla guarigione dei malati, svolgendo di fatto funzioni di ospedale della regione, e nei teatri i riti di guarigione promuovevano processi “catartici”, secondo i dettami della medicina ippocratica (Gladding, 1992).

La complessa e reciproca dialettica tra arte e psichiatria ha rappresentato per molti secoli l’oggetto di indagine di molti studiosi. Il rapporto tra arte e psichiatria tuttavia inizia ad articolarsi in modo più compiuto solo nel XIX secolo, quando la stessa psichiatria muove i suoi primi passi come disciplina autonoma (Volpe et al., 2016).

Già a partire dalla seconda metà dell’800 si iniziò a notare che, all’interno degli istituti psichiatrici, i pazienti ricorrevano all’espressione artistica per rispondere alla necessità di esprimersi e vari psichiatri Europei iniziarono altresì a interrogarsi sul lavoro artistico degli “alienati” come possibile veicolo comunicativo privilegiato di alcuni aspetti della “degenerazione mentale” (Naumburg, 1953).

Dagli inizi del XX secolo la psichiatria si è interessata sempre più ai legami tra immagini visive, emozioni e inconscio. Ne è scaturita la convinzione che le espressioni artistiche forniscano dati tangibili circa la natura del mondo interiore. Ma per spalancare la porta alla relazione fra la psiche e l’espressione visiva si dovette aspettare che Freud sviluppasse le sue teorie dell’inconscio e sulle immagini oniriche. In seguito Jung ha elaborato la concezione di un inconscio collettivo, con simboli e archetipi universali che si trasmettono di generazione attraverso l’arte e la mitologia (Malchiodi, 2009).

Le teorie di Freud e Jung sull’arte e i sogni attrassero la comunità psichiatrica, suscitando un forte interesse per l’espressione artistica e ponendo le basi per il suo uso terapeutico.

Attraverso lo studio di testi di Freud e Jung gli psicoterapeuti si resero conto che il linguaggio verbale non era sempre adeguato e che le immagini, sotto forma sia di sogni che di prodotti artistici, potevano fornire un’informazione che le parole da sole non erano in grado di veicolare. Cominciava a prendere piede l’idea che l’espressione per immagini avesse un valore simbolico: si concentrò sempre più l’attenzione sul significato delle immagini prodotte dai pazienti per comprendere pensieri e sentimenti inconsci o rimossi (Ibid.). Con la diffusione delle teorie psicoanalitiche relative al rapporto tra produzione artistica e meccanismi inconsci, si giunse ad un impiego sempre più assiduo dei simboli artistici (soprattutto grafici) come elemento diagnostico aggiuntivo e a promuovere un uso “terapeutico” dell’espressione artistica (Bedoni & Tosatti, 2000, MacGregor, 1989).

Sul volgere del secolo crebbe l’interesse per la produzione artistica di quelli che al tempo venivano definiti “folli”. Simon fu uno dei primi psichiatri a costruire un’ampia collezione di opere dei pazienti psichiatrici ricoverati, seguito poi da Prinzhorn che raccolse oltre cinquemila opere e scrisse il libro Bildnerei der Geisteskrankeen (Le espressioni creative dei malati di mente, 1995). Prinzhorn rifiutava l’idea che l’arte si potesse ridurre a strumento di analisi clinica ma piuttosto come metodo che permetteva ai pazienti di scoprire sè stessi e avviarsi alla guarigione, concetto che si avvicina all’attuale Arteterapia.

Per poter parlare di arte come mezzo terapeutico e riabilitativo, ci si è presto resi conto come non fosse sufficiente un generico entusiasmo o semplice disposizione artistica, ma ci volesse una teoria e una preparazione specifica che possedesse il doppio linguaggio, quello dell’arte, ma anche quello delle competenze psicologiche e psichiatriche per sapere come muoversi e guidare il lavoro dei pazienti per farne un’occasione di recupero dell’equilibrio e quindi metafora di un cambiamento di vita (Palomba & Rutten, 2012).

Negli anni ‘40 Margaret Naumburg (1966) fu tra le prime a definire l’Arteterapia una forma di psicoterapia. Naumburg considerava il fare arte un modo di manifestare le fantasie inconsce, in linea con la prospettiva psicoanalitica dominante in quei tempi.

Riteneva che le immagini prodotte dai pazienti psichiatrici fossero una forma di linguaggio simbolico.

Negli anni ‘50 fu la terapista Edith Kramer (1977) a proporre l’idea che la chiave dell’Arteterapia non è solo la comunicazione attraverso il linguaggio simbolico delle immagini ma soprattutto l’atto creativo in sé e per sé: creare un’opera implica incanalare, ridurre e trasformare le esperienze interiori e può essere un atto di sublimazione, interezza e sintesi (Malchiodi, 2009).

Al passaggio nel terzo millennio l’impiego dell’arte nella riabilitazione psichiatrica ha conosciuto un nuovo impulso, legato a un maggior rigore metodologico e all’accumulo di crescenti evidenze scientifiche. Dopo le iniziali indagini relative alla semplice soddisfazione degli utenti coinvolti in programmi di arte-terapia, sono stati condotti vari studi randomizzati e controllati a dimostrare l’efficacia di tali approcci riabilitativi come trattamento aggiuntivo, soprattutto per le psicosi funzionali (Crawford & Patterson, 2007).

Ad oggi è chiaro che l’Arteterapia si rivela molto utile nei contesti psichiatrici per promuovere l’autostima, incrementare la socializzazione e facilitare il contatto con il proprio mondo emotivo, che spesso, nei pazienti psichiatrici, risulta caotico o frammentario. Attraverso l’Arteterapia sono rilevabili, inoltre, miglioramenti delle funzioni cognitive, quali memoria, attenzione, pianificazione, spesso deficitarie nelle persone affette da disagio psichico.

L’Arteterapia si avvale del materiale artistico come codice primario di comunicazione, un linguaggio più accessibile e semplice. Attraverso la manualità e la produzione artistica è possibile promuovere nuovi significati, attivare il mondo simbolico, elaborare le emozioni e ricostruire la propria storia di vita. L’importanza dell’esternalizzazione delle immagini in

Arteterapia è stata messa in evidenza dallo psichiatra Horowitz (1983) nelle parole “quando l’immagine interna viene esternalizzata (…) l’immagine può stimolare a sua volta la formazione di nuove immagini interne”.

Per i pazienti psichiatrici spesso il lavoro si concentra sul rinforzare modalità artistiche quali il contenimento, il dare forma, il dare un luogo ai propri soggetti o una struttura, dare voce e immagine a delle storie, tutti elementi che hanno un parallelo a livello psichico: contenere stati emotivi, creare una struttura psichica, delineare, riconoscere e dare voce a sentimenti, avere a che fare e contenere stati emotivi differenti ed opposti.

In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini. L’arte può essere uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa (Malchiodi, 2009).

L’Arteterapia nei contesti psichiatrici, come in tutti gli ambiti di utilizzo, è una modalità attiva di auto-conoscenza e maturazione, fondata sull’esperienza. L’esperienza, nell’ambito arteterapico, è data anche dall’esperienza sensomotoria che l’uso dei materiali concede. Disegnare, dipingere e scolpire sono esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali, a seconda dei mezzi usati (ibid.).

L’utente psichiatrico è generalmente poco in contatto con l’ascolto del proprio corpo.

Proporre attività di ascolto sensoriale può essere di stimolo per ricontattare un sentire perduto, all’interno di un contesto protetto e rispettoso delle difese di ognuno.

Seppure è possibile lavorare sia individualmente che in gruppo, nell’ambito psichiatrico quest’ultima modalità di intervento viene preferita, dato che la situazione gruppale permette una più viva condivisione dell’esperienza. Il piccolo gruppo è, inoltre, fattore contenitivo e protettivo.

Obiettivo generale delle Artiterapie è quello di stimolare e far sperimentare autentiche modalità di espressione. Per autenticità si intende la ricerca di un linguaggio che utilizza gli strumenti dell’arte, che sviluppa una connessione tra tecnica e mondo interiore per mescolare le due cose in opere che sono in grado di comunicare verso l’esterno questa unicità. (Palomba & Rutten, 2009).

All’interno del setting arteterapico, l’opera assume il valore di un terzo soggetto della comunicazione, oltre all’utente e al conduttore. Si parla di comunicazione triadica.

La presenza dell’opera come terzo oggetto stimola una molteplicità di dimensioni comunicative:

– la dimensione espressivo-creativa, ovvero la comunicazione intra-psichica tra il paziente e l’immagine. In questo tipo di dimensione l’arteterapeuta ha un ruolo di testimone e facilitatore. La comunicazione è prevalentemente non verbale;

– la dimensione simbolico-cognitiva, ovvero la comunicazione tra paziente e arteterapeuta attraverso l’immagine. In questo tipo di dimensione il ruolo dell’arteterapeuta diventa quello di un alleato terapeutico. La comunicazione è un intreccio di momenti verbali e di momenti non verbali;

– la dimensione interattivo-analitica, ovvero la comunicazione verbale tra paziente e arteterapeuta. In questo tipo di dimensione il ruolo dell’arteterapeuta è di offrire un rapporto interpersonale. La comunicazione è prevalentemente verbale (Luzzatto, 2009).

Spesso presentata come modalità comunicativa non-verbale, sembrerebbe più appropriato definire la comunicazione utilizzata in Arteterapia come un tipo di comunicazione “a doppio canale” (Paivio, 1986), verbale e non verbale.

In linea generale, le arti grafiche usate a scopo terapeutico e riabilitativo comprendono differenti tecniche che propongono un approccio globale alla persona, sfruttando tutti i canali conoscitivi (sensorialità, competenze cognitive, esperienza, immaginazione, intuito ecc.) e tutte le capacità espressive (linguaggio verbale, non verbale, artistico), allo scopo di valorizzare l’individuo nella sua interezza (Volpe et al., 2016).

Dott.ssa Federica Cusanno, Psicologa, Arteterapeuta, Vicepresidente Associazione RivelARTI

Bibliografia

Bedoni G, Tosatti B. (2000), Arte e psichiatria. Uno sguardo sottile. Mazzotta, Milano.

Crawford M.J., Patterson S. (2007), Arts therapies for people with schizophrenia: an emerging evidence base. Evid Based Mental Health 10, 69-70.

Gladding S. (1992), Counseling as an art: The creative arts in counseling. American Counseling Association, Alessandria.

Horowitz M. J. (1983), Image Formation and Psychotherapy. New York, Jason Aronson.

Kramer E. (1977), Arte come terapia nell’infanzia. Firenze, La Nuova Italia.

Luzzatto P. (2009), Arte Terapia, Una guida al lavoro simbolico per l’espressione e l’elaborazione del mondo interno. Cittadella Editrice-Assisi.

MacGregor J.M. (1989), The discovery of the art of the insane. Princeton University Press, Princeton.

Malchiodi C. A. (2009), Arteterapia. L’arte che cura. Giunti Editore.

Naumburg M. (1953), Psychoneurotic art: Its function in psychotherapy. Grune & Stratton, New York.

Naumburg M. (1966), Dynamically Oriented Art Therapy:Its Principles and Practices. New York, Grune & Stratton.

Paivio A. (1986), Mental Representations: a dual-coding approach. New York, Oxford Univ. Press.

Polomba P., Rutten A. (a cura di), Oltre il disagio. Percorsi di arteterapia in salute mentale, stampato nel 2009 per conto della Cooperativa Sociale Onlus “G. Di Vittorio”.

Polomba P., Rutten A. (2012), Trasformazione e Forma. Edizioni Cosmopolis.

Prinzhorn H. (1995), Artistry of the mentally ill: a contribution to the psychology and psychopathology of configuration, translated by Eric von Brockdorff from the second

German edition, with an introduction by James L. Foy (Wien, New York: Springer-Verlag).

Volpe U., Facchini D., Magnotti R., Diamare S., Denti E., Viganò C.A. (2016), Le Arti-Terapie nel contesto della riabilitazione psicosociale in Italia: una rassegna critica. Psichiatria e Psicoterapia 35, 4, 154-180.

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